Rodo Santoro:
fantasia e ingegno
fantasia e ingegno
L’ingresso nell’atelier palermitano dell’ architetto Rodo Santoro è paragonabile all’entrata di un bimbo in un bellissimo negozio di giocattoli. Lo sguardo si affanna nell’arduo tentativo di registrare quanti più particolari possibile con lo stupore di un fanciullo che non ha ancora lo sguardo disincantato dell’adulto abituato a razionalizzare tutto e a non stupirsi più di nulla. Colori, odori, luci ed atmosfere rapiscono l’ospite che vi si addentra, circondato da tele e chine di ogni dimensione – con soggetti, colori e sfumature le più disparate – libri, riviste, stampe di ogni sorta. Ogni angolo di quegli spazi testimonia una incessante ed operosa attività di studio e creatività volta ad esplorare molti ambiti del sapere e ad enuclearne ampie gamme di soggetti artistici. In questa vera e propria fucina di cultura la voce narrante di questo grande artista sembra voler affondare il colpo di grazia all’incauto fruitore, già stordito dalla irreale dimensione in cui si trova immerso.
Architetto Santoro, la sua incessante operatività spazia dall’attività architettonica a quella saggistica, è un pittore di riconosciuta autorevolezza. Tra tutte queste attività, qual’è per lei quella preminente? Facendo un discorso di ordine storico la prima attività nella quale mi sono cimentato è la pittura. Perché da prima ancora di andare alle scuole elementari, avevo imparato a trattare gli inchiostri di china. Non so per quale ragione io adoperai da subito gli inchiostri di china. Certamente, trovai che li usavo con una certa facilità. La china rimase per me, la tecnica espressiva più naturale, che ho portato poi avanti nei decenni. Alla china aggiunsi anche l’acquerello, perché mio padre - dal quale ritengo di aver ereditato sia le mie capacità pittoriche sia quelle giornalistiche - dipingeva molto ad acquerello ma anche ad olio. Tuttavia, trovavo l’olio un pò duro come tecnica per cui - parallelamente all’uso della china - facevo molte opere ad acquerello, paesaggi soprattutto, in quanto l’acquerello si presta maggiormente per i paesaggi.

Come mai vivendo ed iniziando a lavorare a Roma, dopo il servizio militare non decise di rientravi, ma piuttosto scelse di rimanere in Sicilia? Negli anni ’60 ripresi a frequentare la Facoltà di Architettura e, nel contempo, girai tutta la regione con grande entusiasmo per i suoi paesaggi e le sue architetture. In questo periodo feci alcune personali di pittura a Palermo e a Roma. Intanto mi interessava sempre più il Medio Evo siciliano, anche per i miei studi sull’architettura di quel periodo. Produssi una serie di tempere e chine ispirate a personaggi ed eventi di quel periodo e ne feci un’esposizione prima a Palermo nel Maggio 1973 (Galleria Il Paladino) e successivamente, nell’Aprile-Maggio 1974, un’altra presso la Staff House dell’Università di Birmingham in Inghilterra. All’incirca dalla metà degli anni ’60 sino alla metà degli anni ’70 produssi un gran numero di opere - sia ad olio che a china – i cui soggetti andavano dai paesaggi fantastici ispirati ai paesi dell’interno dell’Isola alle donne opulente, languidamente distese davanti a paesi barocchi e vulcani in eruzione. Anche l’antico mondo pastorale dell’interno della Sicilia mi affascinava e poi la gioiosa rappresentazione dei cibi e dei piatti della cucina e dell’arte dolciaria siciliana. Intanto giungevano i primi incarichi professionali nel campo dell’architettura; tre chiese parrocchiali delle quali poi se ne realizzò, parzialmente, soltanto una: S. Caterina da Siena in Borgo Ulivia alla periferia di Palermo. Il restauro del Castello feudale di Caccamo e i restauri delle chiese di S. Benedetto alla Badia e di S. Francesco, sempre a Caccamo. Naturalmente questi incarichi mi portarono ad impegnare sempre più tempo nell’attività architettonica. Oltre a ciò, a metà degli anni ’70, vinsi un concorso a cattedra per l’insegnamento del disegno geometrico, della prospettiva e architettura per i Licei Artistici di Stato. Ma l’evento che mi riportò in pieno all’attività scenografica fu la rinascita delle Feste in onore di Santa Rosalia nel 1973-74. Il desiderio dell’Amministrazione comunale dell’epoca di riesumarle coincise con il mio entusiasmo. Scelsi di rifarmi all’epoca fra il Sei e il Settecento in quanto quella di maggior gloria politica ed artistica della città. Il mio modello fu la il Carro trionfale disegnato nel 1701 dall’architetto senatorio Paolo Amato. Questo progetto mi impegnò molto e mi diede una grande soddisfazione perché quando nell’anno successivo – cioè nel 1974 – producemmo il grande spettacolo del corteo trionfale con il carro, ci fu un entusiasmo popolare grandioso che restituì finalmente le Feste in onore di Santa Rosalia alla loro dignità storica ed il popolo di Palermo le volle ogni anno. Continuai negli anni ’80 con la realizzazione della Porta cosiddetta “effimera” di Santa Rosalia a piazza XIII Vittime, che si montava e smontava in occasione della festa ed era la riproduzione della porta urbana di Palermo del 1724 demolita nell’800. Ancora negli anni ’80 proseguii nel tentativo di completare Il Corteo Trionfale secondo il progetto del 1973-74, disegnando e costruendo due dei carri minori che erano previsti originariamente, nuovi costumi, etc. Ho recuperato nuovamente questo argomento - molto più tardi - nel 2002.


Rosario Ribbene da "Sicilia Tempo" n. 469, pagg. 42-43